L'altra sera, era un mercoledì, sono uscito verso le nove per andare a prendere una birretta all'Alexander. Ero con un amico, ci siamo andati a piedi senza troppa fretta. Abbiamo lasciato casa, attraversato il Ponte della morte e la riviera, siamo andati su fino a Scienze Politiche; via del Santo col buio si presenta molto diversamente che nelle ore del giorno, per chi sale da Prato della Valle verso via degli Zabarella a sinistra non si trova tutto l'andirivieni degli studenti dell'Università, e dall'altra il rumore di macchinette del caffè e dei brindisi. Con il buio non ci si trova nessuno, nemmeno l'autobus diretto piazze, solo qualche ubriaco o un Suv, o la macchina elegante di un padovano che rientra a casa.
Entrati all'Alexander il più delle volte c'è Kemin, come quella volta. Molti pensano che sia una bella donna; suo marito stasera non c'è. Lui si chiama Mario, spesso mi ha offerto da mangiare qualche piatto cinese portato da casa, non sempre è stato in grado di spiegarmene la ricetta: zampe di pollo, alghe, zuppa con Tōfu, intestini di maiale stracotti nell'aglio e in verdure verdi-marrone. Spesso mi ha offerto da bere un pessimo vino alla spina, è il suo modo di ripagare la fedeltà ad un cliente abituale, è una cosa che apprezzo. E qualche volta mi ha anche chiesto come stavo e a suo modo ha cercato di darmi qualche consiglio sulle donne. Insieme a Kemin stasera c'è una nostra amica a lavorare, Laura. Laura studia Scienze Politiche, ha i capelli biondo più che sul castano sul rosso, in quest'ultimo periodo non sorride spesso come una volta, ha una strana espressione tra l'assente ed il preoccupato, con le guance leggermente gonfie che finiscono nella piccola bocca, ma se sorride lo fa bene.
L'Alexander si sviluppa in lunghezza, in entrata ha due tre tavoli composti da un piano di compensato poggiato su di una grossa botte, attorno a questi ci sono degli sgabelli da ufficio alti che mi sembrano dei ragni assurdi, anche se non ho ancora capito perché. Fino a qualche tempo fa erano legati tra di loro da una catena, per impedire che qualcuno se li portasse via; all'Alexander c'è una grossa cartina sporca della Cina appesa ad un muro: è scritta in cinese, ad un'altra parete chiunque può lasciare un post-it con scritto sopra quello che vuole ma se si andassero a scoprire le occorrenze credo che “Berlusconi” e “figa” verrebbero fuori come le parole più gettonate. Mario nel momento in cui vi scrivo è ritornato a casa, lo sapevo che la Cina gli mancava.
Simone ed io abbiamo finalmente le nostre due birre piccole, così usciamo sotto i portici e iniziamo a chiacchierare, c'è molta gente che conosciamo qui, molta che non conosciamo, molta che conosciamo e forse non vorremmo conoscere. «La verità è che qui ci si sente a casa, questo bar è uno di quelli che non ti chiede nulla, tu puoi startene in un angolo, su una panca stile tirolese, anche per tutta la giornata, che nessuno ti guarderà male o ti verrà a chiedere che stai facendo – in questo bar non ti chiede niente nessuno, e tu, come a casa, sai che molte cose che desideri non potrai averle; la birra è quella che è, le bottiglie di whisky e di rum non promettono bene, ma se vieni qui verso mezzo-giorno e qualcuno ha comprato della frutta un frullato te lo fanno volentieri e te lo fanno proprio come immagini che te lo dovrebbe fare tua madre se tu vivessi in una pubblicità della Barilla». Siamo lì fuori sotto i portici, a parlare delle solite cose, Simone mi racconta per l'ennesima volta di quando a Bangkok è andato a mangiare in un ristorante bavarese «ci sono tutte queste thailandesi che hanno su i vestiti tipici tedeschi, ma te le immagini?, piccole come fatine con questi vestiti a quadrettoni coi fiocchi» e io gli rispondo che faccio un po' fatica ma che la cosa mi spacca dal ridere.
A un certo punto arriva la polizia, arriva veloce, senza sirene, lampeggianti solo, schiaccia quella luce blu fastidiosa sui lati della strada, passa oltre L'Alexander, dieci metri dopo si ferma, mette la retro, si infila di culo dentro a via degli Zabarella, escono di fretta due poliziotti non troppo longilinei e si mettono ad aspettare, che cosa non riusciamo a capirlo; allora vado dentro e dico che c'è la polizia, penso che magari si è fatto troppo casino o che qualcuno ha accatastato una bicicletta di troppo, dico comunque a tutti di stare calmi che non si capisce ancora che cosa stia succedendo: un gruppo di spagnoli fa per infilarsi in bicicletta dentro via degli Zabarella. Vengono fermati senza troppa gentilezza, vengono mandati via.
"No", capisco. Allora non sono qui per l'Alexander. Mi avvicino alla polizia – forse è dietro la polizia che sta succedendo qualcosa – Gerard però mi ferma, Gerard è sempre vestito bene, è francese e lavora nel caffè letterario qui vicino, ha una faccia da felino e due occhi a goccia, mi dice che ci sono dei 'fascisti'. Oltre la polizia ci sono quelli di Forza Nuova. Bastano pochi che lo sentano e la voce si espande come un'onda d'urto, già qualcuno inizia a dire che sono qui per fare una manifestazione che passerà davanti all'Alexander, che sono qui per provocare e nient'altro - a me sembra una cosa piuttosto strana e allora cerco Gerard che nel frattempo è andato dentro a prendersi una birretta. Gerard mi dice che è per una commemorazione, e mi dice anche che non so niente della storia di Padova, perché se sapessi la storia di Padova, be' saprei anche che tutti gli anni è così.
All'improvviso la mia attenzione viene distolta dalla conversazione: sta succedendo qualcosa, un ragazzo che è lì a bere si avvicina alla polizia e urla che non è costituzionale, che quella gente non ci deve stare, dopo un po' che va avanti con questa litania un uomo sulla trentina dall'aspetto geometricamente curato gli chiede i documenti: i documenti vengono estratti. Arrivano delle altre persone, amici del ragazzo, lo portano via dicendogli di stare calmo. Io allora mi protendo per vedere quello che sta succedendo dietro la macchina della polizia - a trenta-quaranta metri da noi c'è un gruppetto di persone vestite di nero con degli striscioni, forse qualche bandiera, non ricordo bene, nero, nel nero della notte, sono quasi un'ombra, quasi una proiezione di qualcosa che non si riesce bene a collocare da nessuna parte della mente, qualcosa di confuso come una firma riuscita male, di per sé non fanno paura, sono persone persone come tutte e non c'è contatto, non ci sono insulti, forse è la via senza luci che si stringe attorno a loro come una mano carnosa. che fa uno strano effetto. Noi, penso, siamo pesci dentro un acquario che guardano altri pesci dentro un altro acquario. «Spero che vengano qui, così ci sarà da menar le mani» qualcuno mi dice per liberarsi dalla paura, in realtà nessuno vuole che succeda qualcosa di irreparabile, di violento, ma c'è questo strano sapore metallico nell'aria, e quella sensazione di allerta che ti prende nel ventre muovendoti lo stomaco e tutto il resto in modo anomalo. «Non lo possono fare, è apologia di fascismo», «ma in che paese viviamo», e dall'altra parte, dicono, ci sono dei saluti romani e della indifferenza. Tutti qui dal locale parlottano, tutti sono arrabbiati e vogliono spiegazioni e la cosa che più mette sul chi vive è la situazione stessa di incertezza: gli altri sono di là, oltre la macchina della polizia, non si sa che cosa vogliano fare, la verità è che probabilmente poco gli interessa di chi stia di qui. Loro sono riuniti nel loro lutto fatto di un folklore dei pochi (una commemorazione col sindaco e le autorità c'era già stata - il pomeriggio, qualcuno mi ha raccontato, ma loro non si sono voluti unire a quelli che abitualmente chiamano 'zecche'). Poi tutto finisce come è iniziato, una fine improvvisa, senza botto né notizia. Con la polizia che se ne va, con quelli di Forza Nuova che filtrati dal dedalo delle vie del centro storico svaniscono, nessuno passa davanti all'Alexander (forse due, che vengono insultati, ma non reagiscono e vanno via) io vado a vedere che resta di quella loro adunanza; cerco una targa ma non la trovo, cerco una targa che parla di gente ammazzate e non la trovo, alla fine mi serve internet, il giorno dopo, a casa per capire qualcosa di più:
Lunedí 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del MSI di Padova in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati.
Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e personaggi protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni. Freda e Fachini hanno imparato lí il mestiere di assassini e i dirigenti di questa federazione (Luci, Switch, Marinoni) hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi, Il loro piú recente delitto è la strage di Brescia.
Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal "caso Sossi": piú in generale per rilanciare anche attraverso le "leggi speciali" sull'ordine pubblico il progetto neogollista. Gli otto compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni, sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato.
Non colpisce nel segno chi continua a lottare contro il fascismo vedendolo come forza politica autonoma che si può battere isolatamente senza coinvolgere lo stato che lo produce. Non colpisce affatto chi non si muove contro i fascisti con la scusa che sono "solo servi."
Al progetto controrivoluzionario che mira ad accerchiare e battere la classe operaia, dobbiamo opporre un'iniziativa rivoluzionaria armata che si organizzi a partire dalle fabbriche contro lo stato ed i suoi bracci armati. Le sedi del MSI non sono piú inviolabili roccaforti nere! Nessun fascista può piú considerarsi sicuro! Nessun crimine fascista rimarrà impunito! Portare l'attacco al cuore dello stato! Lotta armata per il comunismo!
Martedí 18 giugno 1974.
BRIGATE ROSSE.