Ho costruito questo blog perché venga sfogliato come un libro di fotografie, in esso potrete trovare testi della più svariata natura. Questo blog non è solo un diario, è uno spazio da esplorare e riscoprire giorno dopo giorno... Spesso i vecchi lavori vengono corretti ed ampliati. Dietro la prima pagina ben visibile, qualcosa si muove, e si muove sempre.

venerdì 17 luglio 2009

la stazione di Bologna alle due passate di notte.

Devo tornare a casa, la serata di poesie a Castel San Pietro Terme è finita. Ho conosciuto Gianni D'Elia e abbiamo parlato di Saba e di altre cose. Sì, è stata proprio una serata di quelle che dimenticherò difficilmente, Matteo (Fantuzzi) alla fine era stremato, aveva addosso quella stanchezza serena di chi ci è riuscito, ed in effetti c'è riuscito - penso, è venuta tanta gente, di tante età diverse, di tanti ambienti diversi: ne abbiamo parlato spesso, si deve portare la poesia tra le persone, la serata è stata questo. Anche se non ho potuto scattare qualche foto alla cisterna sotterranea del monastero mi sento proprio soddisfatto: il chiostro con il pozzo dove si è letto mi ha colpito perché aveva questa pavimentazione di lastroni grigi ricoperta da migliaia d'aloni di licheni e nel centro il pozzo, il pavimento era tutto a schiena di mulo verso degli svasi che andavano nel vuoto. In un angolo un quadratino di tappeto quasi-rosso, le sedie disposte a cerchi guardavano verso il microfono (quando le abbiamo disposte così c'era un caldo-umido che trasformava la pelle in carta moschicida - col buio è scesa la brezza e si sta bene), sopra il tappeto quasi rosso, la luce cadeva sui poeti che leggevano senza fare violenza al pubblico, c'era un non so che di gotico, avete presente quelle cattedrali francesi..., e hai davanti solo le vetrate azzurre con una natività od un angelo bianco, be' prendete questo, fate che i fedeli siano gli spettatori, le figure sacre i poeti, ma con niente di sacro, sì addosso a loro cade un po' di questa luce artificiale e sopra c'è solo il cielo stellato, ma loro i poeti dico, proprio per la pavimentazione a schiena di mulo stanno un poco più in basso rispetto a tutti gli altri, e così leggono e sembra che ti dicano «scusa, prego, ti dispiace?, no perché vorrei dirti delle cose» e va a finire che ti raccontano qualcosa che tu pensi, che in qualche modo è già dentro di te, da qualche parte - ma te ne accorgi solo quando loro te la tirano fuori. L'ultimo a leggere è stato Matteo, e ha chiuso con una poesia su Enrico, molti si sono commossi, lui per primo, ma se volete sapere qualcosa di più a riguardo - be', chiedetelo a lui...

Devo tornare a casa, mi spiace, è tutto corso via, so che c'è stato perché in bocca ho ancora il sapore del vino e del dolce tipico della zona, (di cui ora non mi viene in mente il nome, fatto sta che è una torta asprina con detro della mostarda, una torta dalla consistenza simile a quella di una prugna fresca), mi danno un passaggio fino alla stazione di Bologna, per Padova con il treno notturno ci vuole poco, un'oretta o giù di lì, ma ho parecchio da aspettare prima che parta.

Strano posto la stazione di Bologna alle due passate di notte, devo aspettare ancora un'ora buona perché mi arrivi il treno e vorrei trovare qualcosa da fare. Vecchio mestiere quello dell'esploratore, nuovo mestiere, forse, quello dell'esploratore urbano. Mi aggiro per le banchine dove qualche turista del nord Europa dorme per terra su uno stuoino, appoggiato ad uno zaino. Qui va meglio che a Milano, penso, perché non ci sono gli schermi che ti ripetono in continuazione di comprare un televisore o uno spray al peperoncino, qui come a Monza - e come in buona parte delle stazione ferroviarie del nostro Bel Paese - la notte la luce più forte viene dai distributori di merendine grossi come automobili e posizionati nel centro della banchina, vicino alle panchine.
La sala d'aspetto della stazione di Bologna è una situazione a sé - fuori c'è buio dentro un po' di luce al disinfettante, quei neon che ti gonfiano gli occhi - questa è in pratica, e scusatemi se mi ci soffermo, la luce che esala dai finestroni verso i binari e dalla breccia dell'esplosione. Tanta gente si rannicchia dalle parti della sala d'aspetto a dormire, persone che dormono fuori dalla sala d'aspetto, nella penombra, lì dove c'è un po' di movimento ed un vigilante grosso con una cicatrice violacea sul lato destro di un collo simile ad un sacchetto della spesa floscio. Alle due di notte passate di un sabato sera mi sento piuttosto solo, non trovo nessuno che abbia voglia di fare due chiacchiere, anche le due ragazze che ho visto passare, teutoniche, credo che si siano trasformate in una nebbiolina verde ed impalpabile come quella dei film a basso costo sui vampiri, in effetti forse erano vampiri, ma questo penso che ora non interessi.

«Vieni fuori negro di merda!» sono un po' intontito e subito non capisco che cosa stia succedendo poi dalla sala d'aspetto esce un uomo di colore, ha su gli occhiali da sole che vanno di moda adesso, gli coprono buona parte del viso, è grande, con spalle grandi, indossa una buona camicia chiara; va in contro ad un ragazzo arabo che nel frattempo continua a dirgli «Negro di merda!», nel frattempo un anziano elegante che se non fosse vestito alla occidentale lo chiameresti "santo venerabile, saggio, sciamano" se te lo trovassi davanti da qualche parte in Sierra Leone o in Sud Africa, alza la voce e scuotendo la testa e le guance fa «queste cose no, queste cose non si dicono».
Poi arriva il vigilante, abbraccia come un lottatore di sumo il ragazzo di colore e gli dice di stare calmo, l'altro, il provocatore, nel frattempo scappa seguito da i suoi amici. Dopo un po' tutto torna calmo, il vigilante scambia due battute col ragazzo di colore «non me ne frega niente se abbiamo la pelle diversa, sotto c'è carne, la stessa carne - se ti lasciavo andare lo ammazzavi o ti ammazzava. Questo è il mio lavoro, siamo tutti le solite merde, il colore della pelle non centra». In stazione inizia a fare freddo, un vento si incanala lungo i binari, inizia a piovere, l'acqua si aduna tra le traversine, l'acqua raccoglie la polvere metallica e la ruggine, piove su tutti noi, tiro giù le maniche della camicia per sentire meno freddo, dietro di me una donna continua a ripetermi che sono un pazzo, ha una strana voce, mi giro a guardarla, forse non sta parlando con me, anche se mi fissa con due occhi piccoli come due caramelline alla liquirizia. Arriva la polizia ferroviaria, saranno 4-5 uomini in divisa, uno di loro invece indossa una polo senape, hanno però tutti guanti di cuoio neri e manganelli, quelli in camicia lillà hanno le maniche tirate su; uno di loro avrà circa i miei anni, ha una faccia triangolare e i capelli a porcospino per il gel, ci scambiamo uno sguardo «dove sono andati?» fanno al vigilante, poi chiacchierano di qualcosa che non riesco a sentire, riesco solo a sentire «se ne è andato di là urlando - negro lavora! - non lo si deve dire», i poliziotti dopo un po' se ne vanno anche loro. L'acqua si increspa ancora tra i binari dipinti di bianco ma sta smettendo di piovere.

«O Dio Padre di infinita misericordia», inizia così la targa lasciata dal Papa Buono per i morti dell'attentato di Bologna, se si entra nella sala d'aspetto c'è ancora il pavimento schiacciato in un punto - è il cratere, sembra il posto dove si è seduto un gigante di fuoco. Nel muro appena lì affianco c'è una seconda targa ci sono scritti gli anni che avevano quelli che sono stati assassinati e i loro nomi, tanti ragazzi che avevano la mia età, poco più o meno, ora guardo fuori dalla sala d'aspetto, attraverso la breccia dell'esplosione; c'è un uomo inginocchiato dall'altra parte, ha le mani appoggiate a terra davanti a sé, guarda dentro forse prega, non lo so.

venerdì 10 luglio 2009

Una sera di vita padovana.

L'altra sera, era un mercoledì, sono uscito verso le nove per andare a prendere una birretta all'Alexander. Ero con un amico, ci siamo andati a piedi senza troppa fretta. Abbiamo lasciato casa, attraversato il Ponte della morte e la riviera, siamo andati su fino a Scienze Politiche; via del Santo col buio si presenta molto diversamente che nelle ore del giorno, per chi sale da Prato della Valle verso via degli Zabarella a sinistra non si trova tutto l'andirivieni degli studenti dell'Università, e dall'altra il rumore di macchinette del caffè e dei brindisi. Con il buio non ci si trova nessuno, nemmeno l'autobus diretto piazze, solo qualche ubriaco o un Suv, o la macchina elegante di un padovano che rientra a casa.

Entrati all'Alexander il più delle volte c'è Kemin, come quella volta. Molti pensano che sia una bella donna; suo marito stasera non c'è. Lui si chiama Mario, spesso mi ha offerto da mangiare qualche piatto cinese portato da casa, non sempre è stato in grado di spiegarmene la ricetta: zampe di pollo, alghe, zuppa con Tōfu, intestini di maiale stracotti nell'aglio e in verdure verdi-marrone. Spesso mi ha offerto da bere un pessimo vino alla spina, è il suo modo di ripagare la fedeltà ad un cliente abituale, è una cosa che apprezzo. E qualche volta mi ha anche chiesto come stavo e a suo modo ha cercato di darmi qualche consiglio sulle donne. Insieme a Kemin stasera c'è una nostra amica a lavorare, Laura. Laura studia Scienze Politiche, ha i capelli biondo più che sul castano sul rosso, in quest'ultimo periodo non sorride spesso come una volta, ha una strana espressione tra l'assente ed il preoccupato, con le guance leggermente gonfie che finiscono nella piccola bocca, ma se sorride lo fa bene.

L'Alexander si sviluppa in lunghezza, in entrata ha due tre tavoli composti da un piano di compensato poggiato su di una grossa botte, attorno a questi ci sono degli sgabelli da ufficio alti che mi sembrano dei ragni assurdi, anche se non ho ancora capito perché. Fino a qualche tempo fa erano legati tra di loro da una catena, per impedire che qualcuno se li portasse via; all'Alexander c'è una grossa cartina sporca della Cina appesa ad un muro: è scritta in cinese, ad un'altra parete chiunque può lasciare un post-it con scritto sopra quello che vuole ma se si andassero a scoprire le occorrenze credo che “Berlusconi” e “figa” verrebbero fuori come le parole più gettonate. Mario nel momento in cui vi scrivo è ritornato a casa, lo sapevo che la Cina gli mancava.

Simone ed io abbiamo finalmente le nostre due birre piccole, così usciamo sotto i portici e iniziamo a chiacchierare, c'è molta gente che conosciamo qui, molta che non conosciamo, molta che conosciamo e forse non vorremmo conoscere. «La verità è che qui ci si sente a casa, questo bar è uno di quelli che non ti chiede nulla, tu puoi startene in un angolo, su una panca stile tirolese, anche per tutta la giornata, che nessuno ti guarderà male o ti verrà a chiedere che stai facendo – in questo bar non ti chiede niente nessuno, e tu, come a casa, sai che molte cose che desideri non potrai averle; la birra è quella che è, le bottiglie di whisky e di rum non promettono bene, ma se vieni qui verso mezzo-giorno e qualcuno ha comprato della frutta un frullato te lo fanno volentieri e te lo fanno proprio come immagini che te lo dovrebbe fare tua madre se tu vivessi in una pubblicità della Barilla». Siamo lì fuori sotto i portici, a parlare delle solite cose, Simone mi racconta per l'ennesima volta di quando a Bangkok è andato a mangiare in un ristorante bavarese «ci sono tutte queste thailandesi che hanno su i vestiti tipici tedeschi, ma te le immagini?, piccole come fatine con questi vestiti a quadrettoni coi fiocchi» e io gli rispondo che faccio un po' fatica ma che la cosa mi spacca dal ridere.

A un certo punto arriva la polizia, arriva veloce, senza sirene, lampeggianti solo, schiaccia quella luce blu fastidiosa sui lati della strada, passa oltre L'Alexander, dieci metri dopo si ferma, mette la retro, si infila di culo dentro a via degli Zabarella, escono di fretta due poliziotti non troppo longilinei e si mettono ad aspettare, che cosa non riusciamo a capirlo; allora vado dentro e dico che c'è la polizia, penso che magari si è fatto troppo casino o che qualcuno ha accatastato una bicicletta di troppo, dico comunque a tutti di stare calmi che non si capisce ancora che cosa stia succedendo: un gruppo di spagnoli fa per infilarsi in bicicletta dentro via degli Zabarella. Vengono fermati senza troppa gentilezza, vengono mandati via.

"No", capisco. Allora non sono qui per l'Alexander. Mi avvicino alla polizia – forse è dietro la polizia che sta succedendo qualcosa – Gerard però mi ferma, Gerard è sempre vestito bene, è francese e lavora nel caffè letterario qui vicino, ha una faccia da felino e due occhi a goccia, mi dice che ci sono dei 'fascisti'. Oltre la polizia ci sono quelli di Forza Nuova. Bastano pochi che lo sentano e la voce si espande come un'onda d'urto, già qualcuno inizia a dire che sono qui per fare una manifestazione che passerà davanti all'Alexander, che sono qui per provocare e nient'altro - a me sembra una cosa piuttosto strana e allora cerco Gerard che nel frattempo è andato dentro a prendersi una birretta. Gerard mi dice che è per una commemorazione, e mi dice anche che non so niente della storia di Padova, perché se sapessi la storia di Padova, be' saprei anche che tutti gli anni è così.

All'improvviso la mia attenzione viene distolta dalla conversazione: sta succedendo qualcosa, un ragazzo che è lì a bere si avvicina alla polizia e urla che non è costituzionale, che quella gente non ci deve stare, dopo un po' che va avanti con questa litania un uomo sulla trentina dall'aspetto geometricamente curato gli chiede i documenti: i documenti vengono estratti. Arrivano delle altre persone, amici del ragazzo, lo portano via dicendogli di stare calmo. Io allora mi protendo per vedere quello che sta succedendo dietro la macchina della polizia - a trenta-quaranta metri da noi c'è un gruppetto di persone vestite di nero con degli striscioni, forse qualche bandiera, non ricordo bene, nero, nel nero della notte, sono quasi un'ombra, quasi una proiezione di qualcosa che non si riesce bene a collocare da nessuna parte della mente, qualcosa di confuso come una firma riuscita male, di per sé non fanno paura, sono persone persone come tutte e non c'è contatto, non ci sono insulti, forse è la via senza luci che si stringe attorno a loro come una mano carnosa. che fa uno strano effetto. Noi, penso, siamo pesci dentro un acquario che guardano altri pesci dentro un altro acquario. «Spero che vengano qui, così ci sarà da menar le mani» qualcuno mi dice per liberarsi dalla paura, in realtà nessuno vuole che succeda qualcosa di irreparabile, di violento, ma c'è questo strano sapore metallico nell'aria, e quella sensazione di allerta che ti prende nel ventre muovendoti lo stomaco e tutto il resto in modo anomalo. «Non lo possono fare, è apologia di fascismo», «ma in che paese viviamo», e dall'altra parte, dicono, ci sono dei saluti romani e della indifferenza. Tutti qui dal locale parlottano, tutti sono arrabbiati e vogliono spiegazioni e la cosa che più mette sul chi vive è la situazione stessa di incertezza: gli altri sono di là, oltre la macchina della polizia, non si sa che cosa vogliano fare, la verità è che probabilmente poco gli interessa di chi stia di qui. Loro sono riuniti nel loro lutto fatto di un folklore dei pochi (una commemorazione col sindaco e le autorità c'era già stata - il pomeriggio, qualcuno mi ha raccontato, ma loro non si sono voluti unire a quelli che abitualmente chiamano 'zecche'). Poi tutto finisce come è iniziato, una fine improvvisa, senza botto né notizia. Con la polizia che se ne va, con quelli di Forza Nuova che filtrati dal dedalo delle vie del centro storico svaniscono, nessuno passa davanti all'Alexander (forse due, che vengono insultati, ma non reagiscono e vanno via) io vado a vedere che resta di quella loro adunanza; cerco una targa ma non la trovo, cerco una targa che parla di gente ammazzate e non la trovo, alla fine mi serve internet, il giorno dopo, a casa per capire qualcosa di più:

Lunedí 17 giugno 1974, un nucleo armato delle Brigate Rosse ha occupato la sede provinciale del MSI di Padova in via Zabarella. I due fascisti presenti, avendo violentemente reagito, sono stati giustiziati.

Il MSI di Padova è la fucina da cui escono e sono usciti gruppi e personaggi protagonisti del terrorismo antiproletario di questi ultimi anni. Freda e Fachini hanno imparato lí il mestiere di assassini e i dirigenti di questa federazione (Luci, Switch, Marinoni) hanno diretto le trame nere dalla strage di piazza Fontana in poi, Il loro piú recente delitto è la strage di Brescia.

Questa strage è stata voluta dalla Democrazia cristiana e da Taviani per tentare di ricomporre le laceranti contraddizioni aperte al suo interno dalla secca sconfitta del referendum e dal "caso Sossi": piú in generale per rilanciare anche attraverso le "leggi speciali" sull'ordine pubblico il progetto neogollista. Gli otto compagni trucidati a Brescia non possono essere cancellati con un colpo di spugna dalla coscienza del proletariato. Essi segnano una tappa decisiva della guerra di classe, sia perché per la prima volta il potere democristiano attraverso i sicari fascisti scatena il suo terrorismo bestiale direttamente contro la classe operaia e le sue organizzazioni, sia perché le forze rivoluzionarie sono da Brescia in poi legittimate a rispondere alla barbarie fascista con la giustizia armata del proletariato.

Non colpisce nel segno chi continua a lottare contro il fascismo vedendolo come forza politica autonoma che si può battere isolatamente senza coinvolgere lo stato che lo produce. Non colpisce affatto chi non si muove contro i fascisti con la scusa che sono "solo servi."

Al progetto controrivoluzionario che mira ad accerchiare e battere la classe operaia, dobbiamo opporre un'iniziativa rivoluzionaria armata che si organizzi a partire dalle fabbriche contro lo stato ed i suoi bracci armati. Le sedi del MSI non sono piú inviolabili roccaforti nere! Nessun fascista può piú considerarsi sicuro! Nessun crimine fascista rimarrà impunito! Portare l'attacco al cuore dello stato! Lotta armata per il comunismo!

Martedí 18 giugno 1974.

BRIGATE ROSSE.

giovedì 9 luglio 2009

Radio Bue.

Qualche tempo fa mi hanno invitato a RadioBue per parlare di Poesia, ed è stato qualcosa di bellissimo: scoprire la sala di registrazione, microfoni come grossi ragni e tutti quegli arnesi elettronici di cui non conosco il funzionamento... Bene quest'oggi alle 16.30 e domani in replica alle 19.30, andrà in onda la mia voce. La trasmissione che mi ha gentilmente ospitato è Al di là dell'Arcobaleno. Per chi volesse sentire quelle quattro cose che penso, oltre che la lettura di due miei componimenti, si sintonizzi allora su Radio Bue, la web radio dell'università di Padova.

P.s.: a breve sarà anche possibile, sempre dal sito internet di Radio Bue, scaricare i file di registrazione di questa intervista che mi è stata fatta dai gentilissimi Silvana Carosielli e Daniele Tre.

venerdì 3 luglio 2009

Informazione di servizio. Degustazione Locale, 6a edizione.

Degustare Locale, 6a edizione.
Poesia, cibo e solidarietà per combattere la crisi.

Dozza (3 luglio) – ore 21.00
Galleria Atrebates - Via De Amicis 35/37 Dozza (Bo)

Luca Ariano – Maurizio Brusa - Azzurra D'Agostino - Salvatore Della Capa - Carlo Falconi – Matteo Fantuzzi - Francesco Gabellini – Guido Mattia Gallerani - Gian Ruggero Manzoni - Guido Monti - Salvatore Ritrovato - Francesca Serragnoli - Gabriele Xella

Castel San Pietro Terme (4 luglio) – ore 21.00
Antico Convento di Castel San Pietro Terme – Via Tanari 47 - Castel San Pietro Terme (Bo)

Dome Bulfaro - Tiziana Cera Rosco - Gianni D'EliaMatteo Fantuzzi – Loris Ferri - Fabio Franzin – Gianfranco Lauretano – Massimiliano Martines – Stefano Sanchini - la nuova poesia forlivese (Filippo Amadei – Stefano Leoni – Cristian Pretolani – Marco Viroli – Matteo Zattoni)

Ingresso libero e degustazione dei prodotti dell’enogastronomia locale.
Nel corso delle serate verranno raccolti fondi rispettivamente per
Emergency - Imola e per A.V.I.S. - Castel San Pietro Terme.

Con il sostegno di:
Assessorato alla Cultura – Comune di Castel San Pietro Terme
Pro Loco Castel San Pietro Terme
Associazione Culturale Pneuma
AVIS Castel San Pietro Terme
Antico Convento Castel San Pietro Terme
Coop Adriatica
CLAI – carni e salumi
Associazione Arteinessere
Galleria d'arte Atrebates
Emergency – Imola
Piccola Osteria del Borgo – Dozza


3 Luglio:
la serata si svolge nel centro storico di Dozza sulle colline a pochi km dalla Via Emilia. Per chi proviene da Bologna si può uscire al casello A14 di Castel San Pietro Terme e continuare in direzione Imola oppure dal casello di Imola si raggiunge seguendo le indicazioni per Bologna. All'altezza di Toscanella di Dozza troverete le indicazioni per raggiungere il piccolo centro storico dotato di diversi parcheggi fuori dalle sua mura. Da lì proseguite a piedi e prendete come punto di riferimento la Rocca, via De Amicis è una delle due vie che compongono il centro storico, la galleria facilmente visibile.

4 Luglio:
L'antico convento si trova a pochi passi dal centro del Paese, nella zona dello stadio (che vi consiglio come punto di riferimento, se vi perdete). L'uscita dell'autostrada è per tutti quella di Castel San Pietro Terme e troverete come ogni anno le indicazioni per raggiungere i parcheggi più vicini all'evento a partire dal grande incrocio semaforico e successivo viale alberato che fa da ingresso a Castel San Pietro Terme. Per chi vuole c'è anche la possibilità di raggiungere Castel San Pietro Terme in treno (la stazione locale è ad un paio di km dal centro) e fino alle 20 anche in autobus con mezzi in partenza da Bologna e Imola.

mercoledì 24 giugno 2009

24. Sentirsi a casa.

Certe volte mi distendo
e con una mano spengo, la luce
l'altra io la porto - all'orecchio
sinistro facendone una coppa morbida -
ho di poco la fine del tormento
consueto: il mare ascolto in quella coppa
e ne faccio un manto, e mi ci|avvolgo.

F.T.

martedì 23 giugno 2009

Ur, Diabasis, numero zero. Semestrale di Poesia - Arte - Cultura.

Ur, Ur ora è una città morta, non ho mai passeggiato tra gli scavi che hanno rimesso al sole qualche porzione di muro e di bottega e le tombe - non ho una testimonianza diretta di qualcuno che ci è stato ma dalle foto che ho potuto vedere mi sono fatto questa idea: per circa duemila anni Ur ha dominato le piane della Mesopotamia ed il mare, per quanto concerne il tempo: tutta la storia del cristianesimo può essere versate in quella di Ur, ed ora ben pochi sanno che cosa Ur sia. Ur ora sono stracci di suolo in quello che è l'attuale Iraq. Ora, dove c'era il brulichio di mercato e l'andare di migliaia di vite troviamo qualcosa che potremmo riassumere con i versi di Shelley «nude le solitarie sabbie si stendono all'infinito», ed in effetti, come nella celebre poesia Ozymandias una cosa sola rompe il limite, viene su dal pianoro desertico e sassoso, non un colosso, ma una Ziggurat edificata molto prima che Cristo nascesse, molto prima che la civiltà romana venisse concepita. Su quella Ziggurat però non ci si può salire, perché dalla sommità si avrebbe piena visione di un campo d'aviazione o di una base militare - non so bene, fatto sta che lì prima c'erano le truppe di Saddam, ora le americane o le francesi o le italiane, ma poco temo sia cambiato; Ur si trova vicino a Nassirya.
L'altro giorno entro alla libreria Effetti Personali, uno di quei posti dove ti senti a casa, la libreria di una volta dove ci si dà del tu e si vedono sempre le solite facce. Spendere in un posto simile 2 euro in più per comprare un libro è una tassa sul tempo e non mi dispiace. Be', sono entrato e ho visto Cristiana dietro al banco, per la precisione trincerata dietro a dei libri di poesia disposti quasi ordinatamente; in fondo alla stanza, dietro una porta-finestra spalancata, che dà su un terrazzino e su un cavedio verdeggiante, c'erano delle persone a fumare. Ero andato alla libreria perché mi avevano invitato alla presentazione di una nuova rivista; quando l'ho presa in mano ho sentito che la carta era quella giusta..., con qualche leggera asperità che sollecita il tatto, in pratica il prodotto editoriale era di quelli dove ti stupisci che nell'entropia tutto si trovi al posto giusto; l'articolo di Adone Brandalise era giustificato con personalità (complimenti ai grafici), ai margini dei fogli della seconda parte di questo le parole si fermavano cozzando contro delle circonferenze invisibili, ciò dava visivamente a queste pagine l'aspetto di un pezzo di pane-in-cassetta morso ai lati; e poi ce n'era una dove il testo invece d'essere infastidito di qua e di là era iscritto in un cerchio. Ho pensato all'Ensō, ad Apollinaire, ma ora non voglio parlare di queste cose. Sulla copertina della rivista c'era stampata una foto dell'interno di una chiesa spoglia, pareti color sabbia, sul pavimento dello stesso colore delle lastre di vetro verde-azzurro erano state messe in verticale a costituire quello che poteva sembrare un labirinto semi-visibile, qualcuno aveva spaccato tutte queste ad altezze varie e per terra c'erano ancora tutte le schegge. Sì, un labirinto di vetro dove è corso qualcuno in una fuga disperata, come la 'replicante' di Blade Runner, o una foresta di cristalli. In sovrimpressione a questa immagine una scritta: Ur. Sulla costa Diabasis (la casa editrice) e Ur zero 2009.
Il numero 0 di Ur è circa questo - tutto si riassume in quell'immagine di copertina - ho pensato, un luogo da cui si aprono delle prospettive che non rispondono all'usuale e che ti lasciano spaesato. Forse ciò sarà dato dalla sua precarietà: è un numero 'di prova', per aggiustare il tiro, per capire quali strade seguire e quali abbandonare. Ciò non toglie che il numero 0 di Ur sia un vero e proprio crogiolo di impulsi poetici che arrivano al nostro cervello animando tutta una serie di suggestioni a volte imbarazzanti (abbiamo Leopoldo María Panero e Geoffrey Hill). Sì, imbarazzanti non per quello che ti dicano - detta sinceramente - perché non si sa mai bene che cosa ci si trovi davanti sfogliando questa rivista - tutto è una costante sorpresa -,(perché alla fine tutti i prodotti editoriali di un certo tipo si assomigliano, questo pare diverso) c'è un senso di piacevole smarrimento che mi pervade esplorando questo lavoro: Iosif Brodskji diceva, ve la racconto alla buona, che quando un europeo si trova davanti ad un albero ripensa a quel re che sotto d'esso fece qualcosa che vale la pena di essere ricordato, e che un americano, invece, quando si trova davanti ad un albero ha in faccia un suo pari «uomo e albero stanno davanti nella loro rispettiva veste originale libera da ogni riferimento: nessuno dei due ha un passato, e quanto al futuro [...] è un gioco di testa o croce. In sostanza un incontro tra epidermide e corteccia». Ecco, da quel poco che ho potuto leggere di Ur le vesti che si indossano sono quelle dell'americano, ma davanti ad un albero 'europeo' che stormisce qualche sillaba di un mondo che è al tempo stesso qui e da un'altra parte. L'albero è il punto di contatto, il varco che mi circuisce. L'albero mi racconta la sua storia in modo che potrebbe sembrare distratto ma non è così, l'albero è un narratore: egli non dice mai troppo di sé, non si mette del tutto a nudo, così tu sei libero di vedere una ferita sulla sua corteccia e congetturare su che cosa l'abbia causata, ma sta' pur certo che non troverai mai un'incisione con data e firma: un cuore impresso da due innamorati che hanno voluto lasciare la decisa testimonianza del loro passaggio.
Ur ti lascia sempre in una situazione di spaesamento: tutto ciò è bellissimo. La rivista, parola dei redattori, non è nata con l'idea di chi sarebbero state le persone a cui si sarebbe rivolta, questa cosa a loro non è proprio passata per la testa. Forse, per loro confessione, perché in primo luogo essa si sarebbe dovuta rivolgere in un certo modo ai redattori stessi ma non facciamoci ingannare da questa condizione; la lingua che si parla su Ur è accessibile anche ai non addetti ai lavori, perché questo lavoro avrebbe dovuto avere una personalità sincera: chi scrive su Ur cerca d'essere in prima battuta sincero con se stesso, e di conseguenza si ritrova ad esserlo anche nei confronti del lettore.


SOMMARIO DEL NUMERO ZERO 2009.

(In forma di) editoriale, Danni Antonello

Pietre d’inciampo che cantano, Adone Brandalise

Versi in forma di storia. Leopoldo Maria Panero
A cura di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo
L(a) M(orte) P(ossibile), Ianus Pravo
Breve presentazione di Leopoldo Maria Panero

Poesie
: Tre poesie inedite di Leopoldo Maria Panero
Per una lettura di Leopoldo Maria Panero, Sebastiano Gatto
Claudio Parmiggiani

Geoffrey Hill. On the reality fo the Symbol
A cura di Marco Fazzini e Andrea Ponso. Traduzione di Marco Fazzini
Altre poesie di Geoffrey Hill
Geoffrey Hill. Lazzaro e la retorica, Andrea Ponso

UR. Un prefisso monosillabico grande quanto una città, Claudio Ubaldo Cortoni



Redazione: Danni Antonello, Claudio Ubaldo Cortoni, Martino Dalla Valle, Sebastiano Gatto, Pietro Mussini, John Francis Phillimore, Andrea Ponso.

Comitato scientifico: Stefano Bellanda (filosofia), Michele Bertaggia (filosofia), Adone Brandalise (teoria della letteratura), Giorgio Bonaccorso (teologia), Matteo Boscarol (nipponista), Andrea Celli (teoria della letteratura), Rino Cortiana (lett. francese), Miguel Angel Cuevas (lett. spagnola), Marco Dotti (critica letteraria), Rudy Favaro (storia dell’arte), Marco Fazzini (lett. anglosassoni), Anna Forlati (teoria dell’arte), Antonella Gargano (lett. tedesca), Andrea Grillo (teologia), Ignazio Licata (scienza), Franca Mancinelli (lett. italiana), Stefano Pellò (lett. persiana), Giorgio Pieretto (lett. ugrofinniche), Ianus Pravo (lett. iberiche), Gianluca Pulsoni (antropologia), Gian Maria Raimondi (filosofia), Enio Sartori (teoria della letteratura), Gian Roberto Scarcia (islamista), Alessandra Trevisan (lett. slave).

Coordinamento editoriale: Giuliana Manfredi, Alessandro Scansani.

Grafica: Pietro Mussini, Emanuela Nosari.

lunedì 22 giugno 2009

21. Estate veneta.

Forse è il peso rinnovato del cielo
o questi tigli di Napoleone lungo il viale
che preme una prospettiva fino al sole come una mela
caramellata; in questa strada l'aria è soffice,
gonfia in gola, per poco non soffoca:
sono questi alberi ai lati come guanciali verde-budella,
che hanno sceso sul grembo della città
ogni loro appendice recalcitrante,
e sul fiume. Le scuri mezzo-aperte o mezzo-chiuse
dei palazzi rosa confetto o rosa cemento
sfilano ai lati di questa strada, di questo fiume,
sembra che conservino una intimità
bagnaticcia di ventilatori e lenzuola
da cambiare e di poltrone marroni e fritti di congelati.

Ma quando torno a casa anche verso di me vengono
le finestre dipinte sull'Accademia, pezze di cielo
sudato di cui non rimane poi molto.
E dopo sbircio, nella fessura decisa tra gli assi
di marzapane, un giardino malconcio di calle
e spighe di vetro. «Appartamento con vista»
dice un annuncio macchiato di piscio
sul muro qui vicino. Penso che in questi giorni
i giardini ed i palazzi e le persone siano
tutti premuti sul mondo, e pure il fiume
che non può andare via. Tutto sa
di un lento rigurgito di vita, una cosa sottovoce -
come un neonato che dorme sulla pancina:
c'è da qualche parte lo sfrigolare delle larve
dei mosconi nei corpi morti dei castorini
tra le code di volpe, nelle trappole sul fiume.
Poi c'è un ragazzo, credo abbia sedici anni
che va con dei girasoli nella carta lucida del pane
e quasi sorride per farsi coraggio, ed il fiume
lo occhieggia, e lo ascolta.

Le cose hanno tutte uno strano gesto di sonno
che non puoi che assecondare. E se ci pensi
ti ritrovi a bere una birra della ghiacciaia
che rubi a te stesso per sentirti alcolista,
questa birra sa di aglio e ti piace lo stesso.
Ne bevi un'altra con un palestinese di cui non ricordi
che poco: lui qui in Italia fa i kebab e ti parla di salse
di yogurt e di menta, e del fatto che verrà la pioggia
che scenderà su tutto, e che sarà una fredda estate.
Tu invece non ti ricordi nemmeno perché sei lì con lui
a parlare, perché bevi birra che sa di aglio,
e che cosa dovresti fare per sentirti un po' meglio.

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