Un paio di poemetti su Poetarum Silva...

Vi segnalo un paio di miei poemetti pubblicati su Poetarum Silva.
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Inumare la democrazia.

La verità che c'è dietro, nelle innumerevoli sue gradazioni, è una sola: non manca molto che in questo paese venga inumata la democrazia: e ciò non farà seguito a un funerale nel Duomo di Milano, come per la Merini (sic) o per Verdi. Non ci saranno le televisioni, né il grecale a insinuarsi come una coda tagliente tra le gambe della folla. Non sarà un funerale con la banda. Con il tricolore e tutto il resto. Ci sarà un capannello di persone schive, in tarda notte, con la neve a mettere silenzio, in qualche luogo semisepolto dai basamenti di un viadotto, farà freddo e a ogni lampeggiante ci si piegherà dietro il rusco. La democrazia sarà minuta e ischeletrita. Che la si potrà salutare tenendola nel palmo delle mani, la si chiuderà in una scatola da scarpe o dei biscotti al burro. Su un piumino di foglie quasi secche e muschio. Foglie di quercia e muschio forte ancora buono a respirare. Finirà sotto terra così. 


In un paese democratico non si comprano i voti dei parlamentari.
In un paese democratico uno è innocente fino al terzo grado di giudizio, che sia parlamentare o operaio o studente. Vero Santanchè, vero La Russa, vero Gasparri?
In un paese democratico le piazze sono libere, tutti vi possono accedere liberamente: anche se hanno ricevuto una denuncia. Niente Daspo, allora.
In un paese democratico una persona per essere arrestata deve averlo commesso un reato. Niente 7 aprile 79 - alla Gasparri, niente arresti preventivi, niente reati d'opinione.
In un paese democratico la maggioranza di gorverno lavora per il bene di tutti i cittadini. Non solo di lobby, non promulga leggi ad personam.
In un paese democratico non si favorisce chi è ricco a discapito di chi è povero. Non si aiutano le scuole private quando la scuola pubblica va in malora.
In un paese democratico una persona è tenuta a scendere per le strade quando chi è al potere mette in dubbio tutto questo.

18/12/2010 intervento Maurizio Marinaro "Incontrando Vendola".

Riprendiamoci il futuro!

Una lotta per il bene comune.
Sono Maurizio. Ma potrei essere Nicola, come Francesco. Come Serena, come Marco...
Sono uno studente, uno studente come ce ne sono tanti. Faccio parte di un movimento che da due anni a questa parte cerca di ribadire una cosa sola: che la colonna portante di uno stato più equo, più giusto è l'accesso al sapere, il sapere come bene comune. Lo abbiamo fatto in tanti modi differenti: con flash mob, con cortei che hanno riempito con i loro colori pulsanti le anse grigie dei Centri disanimati, lo abbiamo fatto avvicinandoci a quel cielo nerastro che chiude come un coperchio le nostre città, salendo sulla Torre di Pisa, sulla Mole Antonelliana, sul Colosseo, sul Santo, ma soprattutto informandoci e riflettendo e informando e facendo riflettere: a riguardo di un disagio che non è solo nostro, ma di un'intera generazione...
Ma che cos'è questo bene comune, il bene comune è ciò di cui la comunità dovrebbe disporre liberamente, ciò che le dovrebbe di fatto già appartenere. I beni comuni materiali sono limitati per definizione, ma quelli immateriali: come la conoscenza, possono potenzialmente avere una diffusione illimitata, basta l'idea giusta veicolata nel modo giusto per cambiare la vita a una persona, il quotidiano della gente, ma questa, e lo costatiamo ogni giorno, non è la tendenza in atto – il processo di cui stiamo iniziando a vedere solo ora i frutti si origina tanto tempo fa, nell'idea di benessere come apparenza, dell'immagine come sostanza.
La logica neo-liberista contro la quale ci opponiamo disegna un mondo alla rovescia: un mondo dove si può disporre dell'acqua, del petrolio, delle foreste delle montagne senza limite. Mentre per quanto riguarda la conoscenza, be', quella meglio che sia ad appannaggio dei pochi, di quei pochi che possono permettersi di pagare rette da decine di migliaia di euro all'anno. E dove ogni espressione umana deve avere come scopo, per essere 'rispettabile', di muovere denaro....
Per chi ci governa i figli del ceto medio e i figli del ceto più basso sono diversi da figli del ceto più alto ai quali viene garantito un privilegio, il privilegio di poter accedere ai livelli massimi dell'istruzione non perché capaci e meritevoli, come dice la nostra costituzione, ma perché messi al mondo da una famiglia con il portafogli pieno. Questa è quella che chiamo rendita: qualcosa che queste persone non si sono guadagnate con il lavoro, con l'impegno, con la fatica, con la volontà, con la passione ma che hanno ottenuto per il da chi e il dove sono nate.
Vogliamo un futuro dove il PIL non sia l'indicatore al quale ci si affida per valutare il benessere di una nazione: l'accesso al sapere e all'istruzione, l'accesso alle cure mediche, la qualità dell'ambiente, il tempo libero delle persone, la sicurezza sul lavoro, la libertà di stampa e d'espressione, sarebbero solo alcuni dei parametri di lettura che ci consentirebbero di comprendere la salute effettiva di un paese, nonché il suo bene comune.

Ed è partendo da queste premesse che immaginiamo l'università del domani: un'università che è in grado di far comprendere a un governo che un cittadino istruito è una risorsa per l'intera comunità. Perché solo un cittadino competente e che ha maturato in anni di studio e di lavoro un certo senso critico potrà veramente migliorare le condizioni sue e del suo prossimo. Vogliamo responsabilità e coscienza: non vogliamo cittadini che girino gli occhi dall'altra parte, che si nascondano le miserie che li circondano. È per questo motivo che vogliamo meno io e più noi, perché le grandi sfide del domani possono essere vinte solo da una comunità coesa e solidale. Dove quello che ha il capannone a venti metri dal mio non è il mio peggior nemico, ma un essere umano. Il sapere porta a questo, a non de-umanizzare l'altro, a non vederlo solo come un competitore o un elemento della produzione.
L’università che vogliamo non è l’università dei tagli, dei prestiti d’onore, delle rette impazzite, dei baroni, dei ricercatori con contratti simili a ordalie, dei cda partecipati da banche e da politici che ancora non hanno trovato il loro buco in Parlamento. L’università dove solo lo 0.5% dei dottorati prosegue la sua carriera accademica in Italia.
La nostra idea di università c’è già, è un progetto di democrazia partecipativa, come piace a noi. Questo progetto è l’AltraRiforma e noi chiediamo a Nichi Vendola che questo progetto sia la base per la riforma che il nostro sistema necessita. La nostra proposta per l’università di domani indica un’università in cui chi non ha le risorse deve avere un sistema di welfare che gli consenta di frequentarla senza indebitarsi, un’università di sapere socratico, nel senso di cooperativo e partecipativo, come è d’esempio questo stesso documento che vi sto leggendo, frutto del confronto tra più giovani. Vogliamo un’università libera, in cui non ci sia un partito o confindustria a decidere senza per di più dover mettere un euro.
Non vogliamo essere costretti a preparare la valigia per raggiungere il milione di giovani italiani che già ha lasciato il paese, perché senza domani, perché senza retaggio.
Per questo il movimento studentesco non ha le dinamiche di una lotta corporativa, ma vuole essere una lotta diffusa che mette al centro del dibattito l’unica risorsa imprescindibile per il domani di un paese: i giovani.

Questo discorso è stato letto oggi 18/12/2010 da Maurizio Marinaro aprendo la mattinata d'incontro tra Nichi Vendola e la cittadinanza di Padova, questo evento ha avuto luogo negli spazi fieristici della stessa Padova. Abbiamo partecipato in molti alla nascita di queste righe, chi con suggestioni teoriche chi, come me, occupandosi della stesura effettiva, questo è un ringraziamento a tutti loro, a tutti noi.

Basta parlare di PIL

Da qualche tempo a questa parte mi sto interessando di come viene quantificato il benessere di un Paese: vi voglio invitare a interrogarvi a riguardo di che cosa sia il PIL con questa citazione. Del resto ripresa anche da Wikipedia:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani."

Robert Kennedy, Discorso tenuto il 18 marzo del 1968 alla Kansas University.

Potete ascoltarlo qui.

Gli italiani all'estero sono quanti i migranti in Italia...

Qualche giorno fa stavo navigando sul Corriere della Sera online e mi cade l'occhio su un articolo piuttosto interessante: eccolo qui. Parla degli italiani all'estero, degli italiani immigrati, e uso la parola, immigrato, non a caso - per ricordare il significato dispregiativo che questo termine ha assunto nel nostro paese nel linguaggio comune grazie, sopratutto, a un indiscriminato utilizzo dei media: dove in Olanda vige il divieto di menzionare la nazionalità di chi avrebbe commesso un reato, in Italia, l'unica cosa che fa notizia è il colore della pelle di un presunto criminale, e questo genera logicamente immaginario: perché il mondo proposto dai TG, che non è quello reale, finisce per diventarlo, il primo si sovrappone al secondo togliendo ad esso ogni peculiarità, omologando, stereotipando.
Ed è per me fonte di ilarità pensare che la Santanchè, da un lato sostenga per i suoi colleghi condannati in primo grado per mafia l'innocenza fino al terzo grado di giudizio - perché, cito, lei è garantista. E che allo stesso tempo voglia cacciare i migranti dall'Italia per il semplice fatto di essere migranti. Ma queste sono le due facce della stessa narrazione, la narrazione, nostro malgrado, che siamo costretti a partecipare (e che siamo tenuti, se vogliamo essere cittadini, a cambiare).
Ma tornando, dopo questa digressione, all'argomento principale: gli italiani all'estero sono pochi di più dei migranti che sono giunti in Italia da ogni parte del mondo 4 milioni e 9 contro 4 milioni e 8. Sono in parte italiani di seconda generazione (circa un terzo), i restanti uomini d'affari e studenti.
Persone, spesso, tradite dalle politiche del nostro Governo. La maggior parte di loro ha meno di 35 anni, molti di questi sognavano una carriera accademica.
Impossibile in questo paese ma possibile e ben retribuita negli altri, in quasi tutti gli altri - a giudicare da quanto poco l'Italia investa in istruzione rispetto, per dire, agli altri paesi OCSE. Infatti, la media OCSE è pari al 5,7% del PIL, quella italiana si attesta al 4.5%. Ancor peggio se si fa riferimento alla percentuale di spesa pubblica che il nostro paese destina alla scuola: solo il 9% rispetto alla media che è del 13,3%. Da leggere questo stralcio.
Ma per i giovani la situazione è ancora più grave, da un lato la loro condizione è penalizzata dalle politiche scriteriate in materia di natalità dei governi degli ultimi 6 lustri, chi pagherà le pensioni dei nostri padri?, mi verrebbe da rispondere - si attacchino, perché loro sono responsabili più di noi del presente nel quale ci troviamo. E le stesse politiche sulla natalità penalizzano doppiamente i giovani, quei giovani che vorrebbero mettere su famiglia, come si suol dire. Perché da un lato dalla diffusione dell'euro in Italia a oggi il nostro potere d'acquisto si è ridotto del 30% e dall'altro nessun aiuto significativo arriva dal governo per i giovani che vogliono uscire di casa o avere un bambino, senza poi contare il regalo generazionale del berlusconismo, la precarietà lavorativa - che, guarda caso, colpisce i giovani, non gli incapaci nelle plance di comando...

Tenendo conto di tutto ciò perché qualcuno dovrebbe rimanere in Italia? La risposta è una sola, per cercare di costruire per se stesso, e per le generazioni che verranno un futuro migliore, ma è possibile?, a questo non posso dare risposta, certo l'inerzia gerontocratica di uno dei paesi più vecchi del pianeta si fa sentire. Ma è necessario che i giovani che sono ancora in questo paese, e che possono bloccarlo - come si evince limpidamente da quanto accaduto nelle settimane scorse con le proteste dell'università - lo blocchino. Perché i padri capiscano che senza le nuove generazioni non è possibile andare da nessuna parte, che il domani non esiste. Per tutti questi motivi esorto tutti a scendere a Roma il 14, e non solo, di protestare in ogni città d'Italia.

Il problema della 'proposta'. E il Perché la protesta è Democrazia Partecipativa.

Eravamo quattro gatti, "gli studenti migliori erano a casa a studiare", solo gli ignavi erano a casa a studiare, foto: Antonio Nicolini.
Una delle tante falsità che sono state accampate nell'attaccare il nostro movimento è la seguente: siete dei conservatori, difendete lo status quo, i baroni. Si potrebbe replicare semplicemente: gli unici favorevoli a questa riforma dell'università sono i baroni, quelli veri: i magnifici rettori: la CRUI, Confindustria, i politici delle retrovie. Ci viene detto che non proponiamo niente di differente, nessuna alternativa, anche questo è falso: esiste - per dire - un'Altra Riforma (macchinosa forse, migliorabile, certamente. Fatto sta che esiste ed è dinamica). E cito l'Altra Riforma, sia chiaro, come uno degli innumerevoli percorsi possibili. Uno degli innumerevoli percorsi che sono stati elaborati e che sono stati rimessi in discussione negli ultimi due anni giorno dopo giorno. Il fatto è semplice, ogni anima che compone questo unico movimento, spontaneo e partecipato ha analizzato il DDL: ogni anima di questo movimento ha riflettuto a riguardo di che cosa dovrebbe essere l'università italiana del domani, ognuno ha tratto le sue conclusioni - a più livelli. Ma non è questo quello di cui vi voglio parlare, vorrei farvi sentire qualcosa di diverso. Vi voglio parlare del fatto che uno può opporsi a qualcosa anche senza elaborarne un'alternativa, può opporsi per urgenza, può opporsi solo perché si rende conto che quel qualcosa non va, che quel qualcosa è ingiusto - essere contrari alla distruzione di una foresta millenaria non ha bisogno di una elaborazione alternativa: non distruggiamo le foreste millenarie ma piantiamo foreste - l'elaborazione di un'alternativa è auspicabile ma non necessaria -, almeno se crediamo nelle forme e negli strumenti di una Democrazia rappresentativa, e ribadisco 'se' - perché esistono anche altre forme di Democrazia oltre a quella rappresentativa. Qui pare che siano gli stessi politici che non credano più nella Democrazia rappresentativa, perché non si fanno più promotori del benessere diffuso della popolazione (e forse non lo hanno mai fatto), delle istanze dal basso, ma promotori solo di class action, ovvero fautori esclusivamente delle richieste di coloro che già ricoprono posizioni di potere, di corporazioni, di fondazioni, di ordini. Aiutando sempre gli amici di turno, in una perversa dinamica di scambi di favore non si fa certo il bene degli studenti, che nel nostro caso specifico sono la base. Ma semmai di quelli che riempiono la plancia di comando: dei magnifici rettori, e fra poco anche di Confindustria e dei politici delle retrovie (40% del c.d.a. composto da esterni dell'Università). Nel caso della Democrazia rappresentativa dovremmo aspettarci che esistano degli 'amministratori' dei 'tecnici' dei 'competenti' che su diretta indicazione dei politici, ovvero di coloro che sono stati eletti direttamente dal popolo, vadano a realizzare la necessità della base. In Italia, però, il popolo può scegliere i suoi rappresentanti solo nei limiti di una lista stabilita dai politici stessi, e dunque tra correnti e correntine, la scelta è preordinata a un capannello di grigi epigoni, chi perpetuerà una certa linea di pensiero all'interno di un partito. Che cosa succede, allora con la riforma Gelmini, succede che le dinamiche di rappresentanza vengono scavalcate, abbiamo davanti a noi il popolo per il popolo: la classe generazionale degli studenti, dei precari della scuola, dei ricercatori si auto-determina. Una classe che si è messa in moto per risolvere un'urgenza. E lo ha fatto, per di più, con degli elaborati di coerenza. L'intenzione di questa classe è quella di auto-riformarsi perché tradita dagli strumenti classici della rappresentanza. Questa classe non può fare altro che costruirsi da sé e per sé un giusto futuro, che è il futuro stesso del paese. In questa classe generazionale convivono le tre anime di cui prima accennavo, base, tecnici, politici: questa è la massima forma di 'partecipazione' politica auspicabile - perché è al di là delle consorterie, è al di là delle bieche dinamiche partitiche, è una rivoluzione gloriosa per il bene comune dei giovani: del domani del Paese. Ed è proprio questo che fiutano i politici in questi giorni, ed è per questo che ultimamente si affannano a inseguire il nostro movimento: perché si sentono defraudati dalla posizione che normalmente ricoprono, quella di timoniere, e non di marinaio. Oggi il timoniere dell'Italia è il nostro movimento, i politici non potranno fare altro che rispondere alle nostre urgenze o essere superati. Il potere teme il fatto che le masse istruite possano destarsi dal torpore dell'immaginario indotto, le masse stanno in questi giorni proponendo un loro immaginario: questo è l'esempio lampante di che cosa sia la Democrazia partecipativa, questo, credo, è quello per cui si combatte da Seattle in poi. E il vedere 'un altro mondo possibile'. E lasciatemelo dire: combattere per un sistema differente dove i diritti e le necessità delle nuove generazioni siano al centro, non vuole certo dire, in questo momento cupo per l'umanità, essere dei conservatori, difendere lo status quo.

"Una parola urgente". Una piccola "rivoluzione copernicana" per Vermena.

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Tutti i testi presenti in questo blog sono stati stesi da Francesco Terzago.