Ieri interventisti oggi pacifisti.

Tutto comincia con il rombo degli aerei e con le esplosioni. Si cerca riparo ma non lo si trova – allora ci si accalca, e si passa sopra a quelli che sono rimasti a terra. Il sangue, la polvere, l'asfalto, il fuoco, l'odore della plastica che brucia; i palazzi si stringono attorno ai manifestanti, si chiudono come mani che cercano di schiacciarli. I piloti che si rifiutano di sganciare i loro missili sui civili disertano. Volano allora fino all'isola di Malta, perché l'Italia dovrebbe estradarli subito – questi sono i patti che ci legano a Gheddafi. Tutto comincia con l'esercito che non obbedisce all'ordine di sparare sulla folla ma che invece vi si unisce, questo è il momento in cui le proteste in Libia diventano una ribellione.

Bombardamento in Libia.
Dobbiamo bombardare Gheddafi per aiutare i ribelli... Certo - sono d'accordo, anche se non abbiamo ancora capito bene chi siano questi ribelli... Da una conversazione con uno sconosciuto in un bar di Padova.

I ribelli chiedevano alle potenze occidentali di intervenire contro il dittatore libico – questo, se non ricordo male, avveniva intorno al 10 di marzo. La Lega Araba si era espressa favorevolmente a una No-Fly Zone e alcuni dei paesi membri si erano resi disponibili a prendervi parte con i loro aerei. La sinistra movimentista e extra-parlamentare italiana esprimeva la sua vicinanza ai ribelli, la sua condanna nei confronti di Gheddafi e la sua indignazione perché niente di concreto si stava facendo in loro favore... Poi è arrivata la risoluzione 1973 dell'ONU e tutti, o quasi tutti, parevano condividerne la necessità e la sostanza. Questa prevedeva l'istituzione della No-Fly Zone, il congelamento dei fondi libici e tutta una serie di altre cose che vi consiglio di andare a leggere. Era, per la precisione, il 17 marzo del 2011 quando la risoluzione 1973 dell'ONU passava con l'astensione di Cina, Russia, Cuba, Brasile, Germania e India. Così veniva lanciato un ultimatum a Gheddafi. Il 18, circa alle 12.451, il governo di Tripoli annunciava il cessate il fuoco ma in realtà le operazioni militari della dittatura proseguivano. Il 19, intorno alle sei di sera, i jet francesi attaccavano per la prima volta le forze lealiste al regime. Restavamo tutti con il fiato sospeso, nei giorni precedenti al 19, una a una, le città in mano ai ribelli erano state riconquistate dai lealisti, dai mercenari assoldati dal regime, e grazie a una schiacciante superiorità aerea. La No-Fly Zone avrebbe concesso alla ribellione una seconda possibilità? I reggimenti di disertori, le loro colonne di corazzati, le jeep cariche di ribelli, non potevano muoversi in campo aperto senza la protezione di un sistema avanzato di contraerea o di un gruppo di caccia, entrambe cose di cui non disponevano, e anche nelle aree urbane i ribelli erano costretti a subire la costante minaccia dei missili che rompevano all'improvviso la calma del cielo nordafricano. Gli 8000 morti tra ribelli e civili dimostrano proprio questo, la No-Fly Zone era l'unica via praticabile per interrompere il bagno di sangue. Solo Misurata e Bengasi erano ancora agitate dalla rivolta nel fatidico 19 marzo, ma la loro capitolazione pareva a tutti ormai molto vicina, l'aeroporto di Bengasi veniva bombardato dai lealisti, le truppe di ribelli erano allo stremo delle forze e ormai combattevano per difendere la loro stessa casa. Senza l'intervento dell'ONU la Libia ora sarebbe già stata rappacificata, la rivoluzione sconfitta, l'ordine della dittatura ristabilito. Questo, a parole, nessuno lo voleva. Nemmeno quei campioni di incoerenza che adesso giocano agli anti-imperialisti. Se ora ci possiamo concedere il lusso di organizzare sit-in di protesta contro la No-Fly Zone lo dobbiamo fare tenendo conto che senza di questa ora Gheddafi controllerebbe tutto il territorio libico. Lo dobbiamo fare avendo ben chiaro che ora ci troveremmo a discutere di quanto l'Occidente, non intervenendo militarmente, abbia di fatto consentito alla dittatura di Gheddafi la possibilità di soffocare la ribellione. Parleremmo, come qualcuno lo stesso sta facendo, di oscuri interessi economici pluto-giudaici. In ogni caso, in un primo momento era davvero nel cuore di tutta una sinistra movimentista ed extra-parlamentare italiana un senso di forte empatia nei confronti dei rivoluzionari. E io credevo che ciò fosse dovuto dal fatto che i simpatizzanti e gli esponenti di quest'area politica credessero nel fatto che la sollevazioni popolare sia la strada obbligata per porre fine a una dittatura, portando giustizia e libertà là dove per troppo tempo sono state negate. Vedere ciò che avveniva in Libia, io credevo, era per loro il concretizzarsi nuovamente di un paradigma spontaneista, internazionalista e rivoluzionario... Ma il sentimento che animava questo universo politico fatto di partitini che assommati tra loro raggiungono alle elezioni circa il 0,5%, di associazioni, di movimenti, di comitati, di collettivi, di circoli era molto differente. Riguardava qualcosa che non oltrepassava il confine stesso del nostro essere semplicemente degli occidentali. L'interesse nei confronti delle angustie patite dal popolo libico era qualcosa di squisitamente strumentale: il modo di raccontare le contraddizioni della nostra stessa civiltà; infatti forniva il pretesto dapprima di parlare di un Occidente insensibile alle grandi tragedie che lo circondano, interessato solo a tutelare i suoi interessi economici, in un secondo momento, nei giorni successivi alla risoluzione 1973 dell'ONU, niente di diverso: un Occidente insensibile alle grandi tragedie che lo circondano, interessato solo a tutelare i suoi interessi economici.


1 Alcuni dicono che ci si è mossi affrettatamente, che si doveva lasciare più tempo alla diplomazia, Gheddafi ha avuto a disposizione più di 48 ore per allinearsi alle disposizioni della risoluzione, non mezz'ora, non un giorno, più di due giorni, e non ha deciso di farlo.

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"Una parola urgente". Una piccola "rivoluzione copernicana" per Vermena.

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